Ancora sulla Senesi

Ritorno sul caso Senesi, dopo averne scritto in questo blog e dopo aver chiesto notizie in consiglio comunale. Vi avevo raccontato di un affidamento diretto da un milione e mezzo di euro senza gara d’appalto, di continue ordinanze contingibili e urgenti e di una normativa trasgredita senza pensarci due volte. Avevo chiesto al Sindaco perché, nel corso degli anni, non ha mai pensato di procedere a indire una gara d’appalto, visto che i tempi per avviarla ci sono stati. E come mai ha preferito continuare a oltranza con questa forma di ricorso temporaneo, superando di gran lunga il limite di due volte previsto dall’art. 191 comma 4 del D.Lgs. 152/2006.  Facendo ulteriori approfondimenti, dal 2014 a oggi, contiamo 6 ordinanze sindacali di affidamento diretto alla Senesi (per oltre un milione e mezzo di euro l’anno), anche nel periodo in cui la ditta fu colpita da interdittiva antimafia. L’ultima ordinanza, addirittura, non indica una scadenza e dal 31 marzo 2016 paghiamo mensilmente una fattura di 110.000 Euro per il servizio di raccolta dei rifiuti. Ancora nessuna risposta da parte dell’Amministrazione, a parte quella bestemmia in aula consiliare: “la mafia a Motta non esiste” (che brucia ancora). A tutto questo si aggiunge un altro elemento che andrebbe approfondito. Diversi mezzi di trasporto Senesi vengono parcheggiati e lavati in un’area privata fuori dal centro abitato di Motta che pare faccia capo a un parente del Sindaco. Si tratta solo di un caso? Tutto regolare? Da dove nasce il rapporto tra Senesi e amministrazione comunale? Attendiamo ancora delle risposte che non siano slogan, minacce o provocazioni.

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Libere/i e Uguali per l’indipendenza

Lo dicevo ieri in Assemblea a Catania a proposito di lista, candidature e programmi. Accolgo l’appello pubblicato sul sito di Possibile per rendere concreto il metodo Schwarz per la selezione laburista delle candidate e dei candidati. Inviando i curricula e presentando la propria candidatura all’assemblea territoriale che avrà il fondamentale compito di selezionare i profili migliori sulla base dell’esperienza maturata, del radicamento territoriale, della credibilità politica, delle competenze e delle qualità personali. Mi aspetto dunque una selezione aperta e trasparente, che possa superare i supposti equilibri tra i partiti e che possa offrire a questo percorso le donne e gli uomini migliori, libere/i e uguali.

Tenendo ben a mente il nome della lista. Un nome che emoziona e che vale già un programma, un impegno, un ideale da perseguire. E sotto il nome di Piero Grasso, per l’appunto, aggiungerei anche “per l’indipendenza”, che non è una forma di adesione a qualche movimento indipendentista ma è l’orizzonte politico del nostro impegno: la lotta per l’indipendenza dalla misera condizione di precarietà vissuta da milioni di persone nel nostro paese. Una precarietà che nasce dall’assenza di lavoro e cresce con l’assenza di vita. Chi vive la precarietà del lavoro vive la precarietà della vita e, di conseguenza, vive la dipendenza al dolore e alla sofferenza. E questo concetto, calato nella realtà, ha il sapore amaro della quotidianità. Non è indipendente chi non riesce a mantenere i costi di una macchina, chi non può permettersi di perdere la testa per una lei (o un lui) perché uscire la sera costa troppo, non è indipendente chi non riesce a dare ai propri figli ciò che vorrebbe, non è indipendente chi smette di studiare perché non può mantenere gli studi. Non è indipendente chi non ha il coraggio di essere libero, come scrive Vito Mancuso in uno dei suoi libri. E se ci sono persone meno libere di altre significa che non esiste uguaglianza.

Allora bisognerebbe partire dalla bellezza del nome “Liberi/e Uguali” che vale già tanto. Che è un nome costituzionale, femminista (foglioline o meno), antifascista, laico, ambientalista (foglioline o meno), per la riconversione ecologica dell’economia e per i diritti di tutte e di tutti. Ma anche e soprattutto per l’indipendenza, che è la battaglia per cui vale impegnarsi in questo progetto politico, superando dubbi, reticenze e malumori.

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Nasce l’associazione culturale As-Salàm

E ne sono felice. È stato bello osservare la sala del dongione normanno piena di gente. Mussulmani, ebrei, cattolici ma anche laici, come lo Stato. Lo stesso che dovrebbe garantire a ogni persona una pari dignità sociale, oltre al superamento di tutte le forme di discriminazione senza distinzione di sesso, di razza, di lingua e di religione. Eravamo tutti lì ad applaudire con le stesse mani, a guardare con gli stessi occhi, a dialogare con lo stesso spirito. Nella reciproca condizione di fratello e sorella. E dopo aver vissuto questa bella serata di incontro e integrazione non posso che pensare che la realtà nella quale viviamo è fortemente influenzata dall’idea di realtà che hanno gli altri. E per essere “altri” basta essere un partito politico e avere dei mass media che danno voce alla propaganda dell’intolleranza.

La nostra realtà è quella della pacifica e armoniosa convivenza con i fratelli mussulmani che non si organizzano in associazioni per pianificare l’instaurazione di un regime islamico, ma lo fanno per chiedere allo Stato (che resta sempre laico) il riconoscimento di quei diritti civili che consentirebbe di vivere la propria esistenza senza ostacoli di alcun tipo, così come vorrebbe la nostra Costituzione, tra l’altro. E invece siamo ancora qui a dover spiegare che un clima di odio, di terrore e di paura serve solo ad alimentare incomprensioni e a spingerci in direzione opposta a quella parola, ormai passata di moda, che si scrive e si legge: pace. La realtà degli “altri”, con lo sdoganamento nella scena pubblica di parole volgari e violente, serve solo ad alimentare il consenso elettorale dei partiti dell’odio che camuffano, dietro lo slogan della sicurezza, tutta la propria bassezza culturale.

Allora mi auguro che associazioni culturali di questo tipo, come As-Salàm (che, per l’appunto, significa “la pace”), possano essere strumento per studiare, approfondire e conoscere un popolo che, di certo, è diverso da noi, religiosamente parlando; ma che è uguale a noi nella richiesta di diritti, nell’esercizio dei doveri e nell’amore per la propria storia. Una storia di lotta, sacrifici, ingiustizie, ribellioni e conquiste. Una storia che può essere quella di ognuno di noi. Una storia che non va censurata e demonizzata ma che merita di essere raccontata e ascoltata con grande rispetto.

No alle Trivelle nella Valle del Simeto

La verità è che le ingiustizie le percepiamo solo quando ci capitano. Abbiamo fatto una campagna referendaria contro le Trivelle, stipata già nel magazzino politico più grande d’Italia, quello del dimenticatoio; abbiamo contrastato progetti di inceneritori e di discariche d’ogni tipo. Ma nonostante tutto non siamo ancora riusciti ad affermare e realizzare uno sviluppo sostenibile nella nostra Valle del Simeto, basato sulla valorizzazione del nostro splendido territorio che, con l’Etna sullo sfondo, parla il linguaggio antico dell’agricoltura locale.

Adesso ci risiamo ma stavolta non è una minaccia, è già un attentato; nel territorio di Centuripe, infatti, è stata issata una trivella per la ricerca di idrocarburi, primo passo della concessione territoriale denominata “Biancavilla I” la cui estensione, in realtà, va da Regalbuto a Ragalna a Palagonia, compreso Adrano, Biancavilla, S.Maria di Licodia, Paternò, Belpasso, Motta Sant’Anastasia e Misterbianco.

Tutto questo avviene nel totale silenzio della politica, delle amministrazioni locali e con il consenso della Regione Siciliana. Mentre le indicazioni europee spingono verso una progressiva riduzione delle fonti fossili a vantaggio delle rinnovabili, noi continuiamo a favorire l’estrazione di idrocarburi, gas e metano, trivellando qua e là il nostro territorio.

Per questo occorre, ancora una volta, mobilitarsi, fare rete e costituire un comitato civico che possa rendere la vita difficile a chi pensa che la parola sviluppo debba coincidere con la parola devastazione. Del territorio e della vita.

Ci vediamo venerdì 15 dicembre alle ore 18:00 ad Adrano presso la sala F. De Andrè a Palazzo Bianchi (Piazza Umberto) per discutere, studiare, confrontarci e decidere quali azioni intraprendere a tutela della nostra Valle del Simeto. Per non permettere a nessun generale di vent’anni, per citare proprio De Andrè (Fiume Sand Creek), di prendere il nostro cuore sotto una coperta scura.

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Il metodo (di giudizio) dal basso

Sono stato all’assemblea del 3 dicembre a Roma per una nuova proposta. Leggo post e articoli che criticano e banalizzano quanto accaduto ieri mattina. Io c’ero e posso raccontarvi che non avevo mai preso parte a una assemblea con un così alto numero di partecipanti.

Da Catania, per esempio, eravamo in tantissimi ma nessuno ha mai pensato di prendere l’aereo alle 6 del mattino per fare un favore a D’Alema o, peggio ancora, per pianificare la vittoria di Salvini e Berlusconi. Siamo andati a Roma per il piacere di riscoprire qualcosa in cui credere. Che non sarà di certo il percorso perfetto, che si poteva fare meglio e di più, che poteva essere maggiormente partecipativo. Ma eravamo lì. In seimila. E abbiamo incoraggiato, tutti insieme, la lavoratrice della Melegatti quando ha parlato di lotta e lievito madre. Ci siamo emozionati, tutti insieme, quando il Dott. Bertoli ha utilizzato il termine “olocausto” per descrivere ciò che avviene nel nostro Mediterraneo. Abbiamo applaudito, tutti insieme, quando Grasso ha ricordato le sue amicizie spezzate dal sangue.

Ci siamo sentiti liberi di stare in quella sorta di discoteca anni 80, respirando la stessa aria di chi proverà a dare un volto nuovo alla politica e di chi invece ha scritto diverse stronzate nel curriculum vitae della propria carriera istituzionale. Ma soprattutto ci siamo sentiti uguali nello spirito, nei valori, nelle intenzioni, nella condivisione di idee. E, credetemi, non si può etichettare un percorso politico senza utilizzare un metodo (di giudizio) che parta dal basso, analizzando la naturalezza e la spontaneità di certe azioni che vengono molto prima dei tatticismi, delle strategie e dei retroscena.

Stavolta, prima di giudicare, vorrei che si partisse da queste emozioni. E scusate la banalità del pensiero.

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Sulla Senesi lo chiediamo al Sindaco

 

“Al centro delle indagini c’è un sistema complesso di relazioni, un meccanismo ben oleato da un fiume di denaro, con rapporti consolidati nel tempo che avrebbero prodotto una distorsione nel settore dei rifiuti: determinate imprese sarebbero state favorite grazie all’intesa tra amministratori e imprenditori disposti a pagare. L’impresa al centro delle indagini è coinvolta “nella illecita gestione della raccolta dei rifiuti – scrivono gli inquirenti – nei Comuni di Trecastagni, Misterbianco e Aci Catena, con diramazioni nella Sicilia Orientale.
Nel mirino è finita la Senesi, società che ha partecipato alla gara per i rifiuti del Comune di Catania. Una gara milionaria. Appalti spartiti a tavolino, tangenti ad amministratori pubblici e rapporti con la mafia, in particolare con i clan Cappello e Laudani.” (Fonte LiveSicilia)

Anche il Comune di Motta Sant’Anastasia, subito dopo l’interdittiva antimafia che colpì la Oikos nel dicembre del 2014, decise con Ordinanza Sindacale contingibile e urgente di affidare il servizio di raccolta, spazzamento e conferimento dei rifiuti alla Senesi S.p.a., una ditta con sede legale a Macerata che, nel giro di qualche anno, è riuscita a divenire un colosso della raccolta in Sicilia (e non solo), sia accaparrandosi appalti in gare andate deserte, sia tramite affidamenti diretti.

L’ha fatto prima con Ordinanza di un anno, poi con varie Ordinanze trimestrali, prorogando un sevizio da oltre 1.000.000 di Euro l’anno fino al 2018, senza aver mai proceduto a regolare appalto. A questo punto corre l’obbligo di chiedere al Sindaco Carrà come è entrato in contatto con questa ditta. Come mai non ha pensato di procedere a indire una gara d’appalto, visto che i tempi per avviarla, dal 2014 ad oggi, ci sono stati. E come mai ha preferito continuare a oltranza con questa forma di ricorso temporaneo, superando di gran lunga il limite di due volte previsto dall’art. 191 comma 4 del D.Lgs. 152/2006. Queste domande le abbiamo già fatte nel corso di questi anni. Ma soprattutto le hanno messe nero su bianco alcuni colleghi di opposizione nel gennaio del 2016 (clicca qui per il Pdf), non ricevendo però alcuna risposta. Mi aspetto che i dovuti chiarimenti politici, alla luce degli arresti, possano arrivare adesso; cogliendo anche l’appello del Procuratore Zuccaro rivolto agli amministratori pubblici a segnalare eventuali irregolarità, non scadendo nella connivenza con interessi che, come stiamo leggendo dai giornali, spesso sfociano in patti tra mafie.

In alternativa, se il silenzio dovesse perdurare, mi auguro che queste domande possano essere poste da un magistrato. Perché anche Motta ha bisogno di verità e giustizia.

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Discariche, santini e santoni 

Finalmente arrivarono i nostri cocktails. Il cameriere li dispose sul tavolo insieme a una vasta varietà di stuzzichini. Fu a quel punto che Marco mi disse “quindi vivi a Motta Sant’Anastasia, vabbè un paese tranquillo, no?”.

Motta è un paese mascherato, ha la bella faccia di un paese tranquillo, retaggio di un passato e di una bella storia, ma oggi Motta è stata distrutta dall’interno: il proprio paesaggio è stato devastato dalla presenza delle discariche di Tiritì e Valanghe d’Inverno, la salute dei cittadini è consequenzialmente a rischio, la vita sociale è intrisa di corruzione, malaffare e attività simil massoniche come quella della setta di Capuana.

Avrei voluto rispondere così ma alla fine proferì un poco convincente “diciamo di sì”.

Diciamo di sì puo significare tante cose. Può significare che tutto sommato ci accontentiamo e non ci lamentiamo, spirito comune tra i miei compaesani. Può significare che preferisco non parlarne, in stile omertoso. Oppure può significare che sì, Motta è un paese troppo tranquillo come non dovrebbe esserlo. Tranquillo quando c’è da indignarsi, da lottare, da sporcarsi le maniche in una terra in cui tutti sono intenti a guardare le macchie nei vestiti altrui.

Il mio amico Marco non sa che la discarica di Motta è nata e cresciuta nella tranquillità, mentre politicanti e galoppini con una molletta sul naso e una voce nasale dicevano in giro “la discarica porta lavoro e prosperità”. Marco non lo sa che in discarica giravano molti santini di diversi candidati nazionali, regionali e locali. E marco non lo sa che diversi candidati eletti passavano, in poco tempo, dalla divisione del santino alla devozione del santone, con il baciamano e la benedizione di buon lavoro nelle istituzioni, mentre nelle stanze confinanti, probabilmente, bambine indifese aspettavano terrorizzate il ritorno del diabolico arcangelo.

Marco non lo sa. Come ben presto non lo sapranno molti cittadini. Perché il mio paese, vorrei dire a Marco, è come questa ciotolina di arachidi. Mangi il primo arachide, lo ingoi e speri di digerirlo. Un altro e basta. Ne mangi ancora e speri che sia l’ultimo. Poi ancora un altro e un altro ancora. Poi la ciotola si svuota e senza rendertene conto hai già ingoiato tanti arachidi quante sono le ingiustizie subite, le immoralità accettate. L’assuefazione al peggio.

Marco non lo sa che quando ci alzeremo dal tavolo nessuno di noi due pagherà il conto. No, nessuno ci offrirà nulla. Perché alla fine di tutto a pagare saranno i nostri figli. Pagheranno un conto senza aver mai consumato, mentre noi comodamente su un divano penseremo che sì, Motta in fondo è proprio un paese tranquillo.

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E se tutto è un sogno, continuiamo a sognare.

Ci siamo ubriacati di umanità e l’abbiamo fatto con consapevolezza. Abbiamo percorso tantissimi chilometri, accompagnati da donne e uomini liberi. In meno di quaranta giorni abbiamo raccolto 2355 voti, senza promettere nulla se non impegno e coerenza, sulla base di quei valori di cui siamo portatori sani. Abbiamo sofferto per quel seggio non assegnato a Catania che ci avrebbe consentito di costruire giorni migliori in Assemblea Regionale. Qualcuno ha pianto per questo, perché la politica è anche lacrime. Io ho sorriso perché fino a quaranta giorni fa non avrei mai potuto immaginare di poter vivere un’esperienza come questa. E credetemi, mi spiace più per le persone che mi stanno vicino che per il mio destino politico.

Adesso che fare? Pensavate fosse così facile costruire giorni migliori? Di certo non bisogna rassegnarsi, non lasciarsi travolgere dallo sconforto. Bisogna rilanciare, tramutando questo enorme risultato in qualcosa di più di un semplice numero a quattro cifre. Continueremo, così come abbiamo detto, a costruire nei territori, contro chi ha utilizzato la politica come un’accetta, per dividere le istituzioni dai cittadini, con arroganza, supponenza e sfrontataggine. Dobbiamo insistere, per fare emergere le competenze, la coerenza e la politica più bella, dispersa nei meandri della rassegnazione (e spesso dell’astensionismo); per consentire a chi farebbe amare la politica di ricoprire quelle cariche istituzionali che ci consentirebbero di costruire realmente dei giorni migliori per il nostro paese. E se tutto vi sembra un sogno non preoccupatevi. Continuate a sognare. E’ questa la strada.

Per questo, contro ogni scaramanzia, ci vediamo venerdì 17 novembre alle ore 18:30 presso l’Ostello degli Elefanti in via Etnea 28 (Catania). A breve pubblicheremo la locandina dell’evento con maggiori dettagli. 

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Club dell’ultimo voto (istruzioni per l’uso)

Sono aperte le iscrizioni e si chiuderanno il 5 novembre. Aderendo accetterai di lasciare la comodità del divano di casa, il cazzeggio su Facebook e il joystick della PlayStation. Tranquilli, non vi chiedo d’iniziare da lontano, fatelo dal pianerottolo di casa. Bussate alla porta del vicino per trovare un voto in più. Ne basta uno in più, per ogni testa, fino a giorno 5 (si accettano anche cifre più cospicue, per carità).

Fatto questo scorrete la rubrica del vostro telefonino e contattate tutte le persone che avete sentito in questi giorni per ricordargli come si vota, oltre quelle che per imbarazzo o garbo non avete ancora contattato. Fatelo, senza timore. Perché chi il voto lo pretende non possiede la nostra stessa delicatezza ma il più delle volte (ahimè) prende anche più voti.

Se tutti noi, affezionatissimi, facessimo queste due operazioni per i restanti giorni che conducono al 5 novembre, di certo concluderemmo la nostra campagna elettorale con la consapevolezza di aver fatto il massimo. Al resto, ci penserà il voto libero, l’opinione e lo splendido lavoro fatto in queste settimane. Si vota mettendo una X sul simbolo “Cento Passi per la Sicilia” e scrivendo FESTA. Che oltre a essere il mio cognome è anche una promessa.

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#storieribelli con Alfio Platania e i costi dell’antimafia 

Incontro Alfio a Belpasso. Lui è un ragazzo che la mafia la sfida a viso aperto, con il sorriso tipico degli uomini che sono consapevoli del peso della propria sfida ma che preferiscono sminuire tutto con l’ironia. Per alleggerire la propria vita e quella di chi ti sta vicino. L’ho visto romantico e sognatore andare nelle scuole a parlare di lotta alla mafia, riempiendo cuore e coscienze di bambini e ragazzini. L’ho visto forte e caparbio fare volantinaggio a Belpasso per chiedere ai commercianti locali di non pagare più il pizzo. 

Con lui sto conducendo questa campagna elettorale, con grande orgoglio. E con lui, proprio oggi, ho discusso dei costi dell’antimafia (spesso di facciata) in Sicilia. 

Sono 12.480 i beni sottratti alla mafia e restituiti alla collettività. Restituiti grazie all’applicazione della legge n. 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, che prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – Associazioni, Cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di renderli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.In questi anni, abbiamo capito che se vogliamo veramente colpire al cuore la criminalità organizzata dobbiamo partire dei beni confiscati. Ma purtroppo non sempre ci siamo riusciti. 

Quando parliamo di beni confiscati, parliamo di un patrimonio inestimabile.Parliamo della vita di migliaia di lavoratori. In Italia ci sono 17.838 aziende confiscati con un totale di quasi 250mila addetti e un valore di 21,7 miliardi. 

Peccato che il 87% delle imprese sottratte alla criminalità finisce infatti per fallire, lasciando una scia di disoccupazione e di costi per le casse pubbliche. Gli esempi più eclatanti l’abbiamo nella nostra provincia con il caso della “Riela Group”, la più grande azienda di trasporti su gomme della Sicilia Orientale che fallì dopo la confisca da parte dello stato, e con il caso “La.Ra.” di cui mi sono ampiamente occupato in passato. 

Per far fronte a questo fenomeno che sancisce la sconfitta dello Stato contro la mafia, (perchè parliamoci chiaro, quando un’azienda confiscata chiude, lo Stato ha perso) tra le misure approvate nel nuovo codice antimafia ci sono:

-favorire la ripresa delle aziende sottoposte a sequestro, in particolare con l’istituzione di un fondo di rotazione e di altre agevolazioni che permettano loro di disporre delle risorse necessarie e attraverso una più puntuale valutazione delle condizioni necessarie per la prosecuzione dell’attività;

-garantire una maggiore trasparenza e rotazione nella scelta degli amministratori giudiziari e competenze idonee allo svolgimento dell’incarico assegnato.

Il “caso Sauguto” ha dimostrato inequivocabilmente che ci sono stati ( e probabilmente ci sono ancora) amministratori giudiziari che hanno usato l’antimafia per creare un vero sistema di potere clientelare.

Altra storia per gli immobili (terreni, abitazioni, etc). In questi anni abbiamo assistito ad un antimafia poco trasparente. Infatti fino a qualche tempo fa erano pochissimi i comuni che possedevano un Regolamento per le assegnazioni dei beni confiscati. 

Ormai l’antimafia ha un costo troppo alto che lo Stato non può (o non vuole) più sostenere. L’antimafia vera, quella civica, ormai è quasi totalmente scomparsa, lasciando spazio all’antimafia di passerella, di facciata e parolaia. Dobbiamo fermarci e riscoprire la vera antimafia. Quella delle lenzuola bianca. Quella che è scesa in piazza dopo le stragi del ‘92-93. Solo così saremo degni del sacrificio di chi ha pagato con la vita la difesa di questa bella e martoriata terra.