Not in my name 

Pare che il sindaco voglia candidarsi alla Regione. Si candida a far parte dello stesso Ente che avrebbe dovuto consultare più spesso prima di dilapidare i fondi royalties come se non ci fosse un domani. Lo stesso Ente che avrebbe dovuto ricercare per reperire fondi, partecipando ai vari bandi, per mettere a nuovo il nostro paese, dal rifacimento del Nek, al centro storico, all’isola ecologica. Invece il nostro sindaco (not in my name) ha sempre preferito fare tutto con i proventi della discarica: strade, alberi, stipendi. Una scelta che, purtroppo, condannerà il nostro comune al dissesto, con l’aggravante di non aver mai partecipato a nessun bando regionale/europeo negli ultimi tre anni. Insomma, all’orizzonte c’è solo deserto. Allora, considerato questo modus operandi, sarebbe stato più opportuno candidarsi al Consiglio d’amministrazione dell’Oikos invece che all’Assemblea Regionale Siciliana. Sicuramente sarebbe stata una scelta più coerente di quella che si vocifera abbia già preso. 

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Tipi da referendum comunale

Qualche giorno fa, in consiglio comunale, abbiamo approvato il regolamento per la disciplina del referendum consultivo popolare. Una votazione storica per il nostro paese. Una proposta partita dal basso, dalla bellissima reazione avuta da tutti noi dopo il goffo tentativo di realizzare un mega inceneritore nel nostro territorio. La proposta referendaria scaturita dal fermento civico di qualche mese fa, in sede istituzionale, è stata incarnata dai gruppi consiliari che hanno detto un secco e limpido NO all’inceneritore.

Da oggi sarà un tantino più complicato inventarsi termovalorizzatori, discariche e speculazioni varie. Abbiamo uno strumento alla portata di tutti per controllare le scelleratezze che l’amministrazione comunale è capace di fare (e non lo dico io; lo dice la storia). Fino a oggi abbiamo usato i social e le petizioni online per chiedere e/o denunciare determinati fenomeni ma con il referendum la storia cambia; portare i cittadini a votare, a scegliere, a vincolare politicamente le decisioni calate dall’alto non ha prezzo.

Certo, se poi il referendum venisse usato più semplicemente per consultare i mottesi su scelte politiche importanti sarebbe una gran bella cosa. Sarebbe il sovvertimento di un modo di far politica chiuso e stantio. La politica della combriccola può essere sconfitta solo con l’irruzione del popolo nella vita pubblica. Perché Motta non è solo cosa loro ma è bene di tutti. Noi, tipi da referendum, abbiamo una bomba in mano di 17 articoli e, alla minima stronzata, siamo pronti a farla esplodere.

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La mafia bene 

A venticinque anni di distanza la mafia è più forte di prima. Ha abbandonato la stagione delle stragi per eliminare l’allarme sociale ma è tornata a infiltrarsi indisturbata negli apparati dello stato, dalle forze dell’ordine alle pubbliche amministrazioni. Siamo circondati dalla “mafia bene”, dai modi gentili e galanti. Una mafia che, pur evolvendosi, ha mantenuto l’organizzazione, le regole e l’ortodossia dello stragismo.

Si narra che Totò Riina consumasse pasti con le proprie vittime, discutendo come se nulla fosse, prima di freddarle a sangue freddo. Lo stesso avviene anche oggi; la “mafia bene” ti strige la mano, si complimenta e ti offre da bere. Poi, in maniera cinica, ti distrugge senza pietà, in tutti i modi possibili, necessari alla conservazione del proprio business (evitando però la via della violenza).

La soluzione rimane la prima formula di Falcone, ancora ricordata dagli assegni presenti sulla sua scrivania commemorativa, tra una papera di legno e un’altra; seguire il denaro e la scia che lascia, con particolare attenzione agli stili di vita di certi galantuomini (case, auto, gioielli).

Tra la disgustosa retorica di questi giorni, la cosa più bella che possiamo augurarci è che in mezzo a tanta corruzione e collusione possano ancora esistere magistrati come Falcone, “esibizionisti” per i colleghi e “pezzi di merda” per la mafia bene.

Perché la mafia è più viva (e merdosa) di prima; ricordiamolo quando ne parliamo al passato.

falcone

 

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I siciliani che odiano la Sicilia 

Ritorno sulla vicenda “Motta città della Lega”, non me ne vogliate. Lo faccio perché forse ho ancora la capacità di meravigliarmi, nonostante viva in un “non luogo”, per dirla come Michele Serra che nel libro “Ognuno potrebbe” (consiglio di lettura) ne descrive i tratti salienti: “non è città e non è campagna, non è centro e non è periferia, [..] non ha le forme pensate dell’architettura ma neanche la spontaneità del caos, non ha pretese di eleganza ma neanche il vigore della volgarità”. E così il non luogo diventa anche non politica, connubio perfetto per far passare inosservata una notizia incredibile: un piccolo paese della Sicilia è amministrato da un non sindaco leghista. Un non senso, insomma. 

Ricordo che fino a qualche tempo fa a Motta Sant’Anastasia, durante lo spoglio delle politiche,  come passatempo si contavano i pochissimi voti dati alla Lega Nord e parlando con gli amici presenti si diceva “ma chi saranno questi dieci cretini che votano Lega?”. Nessuno avrebbe mai potuto pensare che, da lì a qualche anno, Motta sarebbe stata amministrata da un Sindaco meridionale convertito alla Lega padana.

Ma non prendiamocela con La Lega o con Salvini perché in questa vicenda loro ricoprono il ruolo dei furbi e noi quello degli utili idioti. Salvini, strategicamente, ha deciso di porre rimedio a un grosso limite strutturale del partito. La Lega infatti rappresentava solo una determinata area geografica italiana, con istanze autonomiste connesse, e per questo non avrebbe mai potuto ambire al governo del paese, se non facendo parte di grosse coalizioni, come già avvenuto in passato con Bossi. Così Salvini, per compensare l’emorragia di consensi nordici dovuta ai vari scandali giudiziari, ha pensato bene di prendere in giro, doppiamente, gli elettori del Sud Italia; la prima volta offendendoli con noti e ormai inflazionati epiteti, la seconda andando a chiedere voti alle persone offese, non prima di aver simulato goffe scuse e pentimenti poco credibili. Ma vabbè, nessuno ci cascherà, pensava il povero illuso. E infatti ancora una volta sono costretto a ricredermi.

Prendiamocela, a questo punto, con i siciliani, specialmente giovani, che inneggiano a Salvini e alla Lega. Quella minoranza che rende idiota la maggioranza, offendendo la nostra terra. Prendiamocela con i politicanti, come Anastasio Carrà, che provano a cavalcare l’onda della demagogia per fare carriera, senza grandi meriti e senza particolari competenze. Prendiamocela con quelli che scelgono senza dubbio la strada più comoda, più facile, più conveniente. Poi andiamolo a raccontare ai tanti amici, giovani e meno giovani, figli e nipoti, costretti ad andare via dalla Sicilia; andiamolo a raccontare che qui sono rimasti siciliani capaci di osannare Salvini, accogliendolo come un eroe. Ditelo alla loro cultura, alla loro intelligenza, al loro orgoglio di essere Siciliani. Raccontatelo a chi pagherebbe per ritornare a vivere con dignità nella nostra terra che qui ci sono siciliani che odiano la siclia, continuando, con il loro sporco esempio, a tramandare il trasformismo senza pudore. 

Per questo non ci sarà mai un futuro se non partiamo da un sovvertimento radicale di uomini, di metodi, di mentalità. Motta Sant’Anastasia insegna. Si, ma ci saranno scolari? 

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Potere e fedeltà

Ci sono diversi punti di forza nella carriera politica di Carrà. Intorno al Sindaco di Motta vi è un potere, ormai consolidato, che gli consente di rivestire il ruolo di capo temuto e rispettato, dai dipendenti ai consiglieri comunali. Una leadership creata grazie alla scelta, fin dal primo giorno, di attorniarsi di persone di fiducia, esageratamente di parte. Tutte le decisioni, infatti, anche quelle più importanti, vengono assunte da combriccole amicali e affidabili. Una carriera politica in ascesa concentrata su due parole “potere e fedeltà”, con un sistema di premialità per i più leali e su un sistema politicamente punitivo per chi invece non si allinea al pensiero del capo.

Un ruolo centrale hanno poi la discarica e le royalties. Il potere viene esercitato anche tramite il percepimento delle royalties e, dunque, attraverso la presenza della discarica; milioni di euro utilizzati per qualunque cosa, come se non si sapesse che invece quei soldi andrebbero spesi per realizzare opere di mitigazione ambientale. Discarica di proprietà dell’amico Proto, datore di lavoro del figlio e di tanti altri amici. Un aspetto questo che molti, per mera ipocrisia, fanno finta di non conoscere, rinfacciando, a chi si pone interrogativi, che le dinamiche familiari andrebbero tenute fuori dallo scontro politico. Ma è proprio questo che manda in necrosi l’intero apparato statale; la relazione, anche indiretta, tra interesse privato e nevralgici ruoli pubblici, mescolando Governo e famiglia, potere e scorciatoie affettive. Carrà, oltre a gettare fumo negli occhi con ricorsi al Tar che lasciano il tempo che trovano (e ne sono consapevoli anche i padroni dei rifiuti), dovrebbe dire ai cittadini se era a conoscenza che la discarica di Tiritì/Valanghe d’Inverno rappresentava una bomba ecologica per il proprio paese natale, prima ancora che la pentola venisse scoperchiata dai comitati, dalle indagini e dai processi giudiziari; dovrebbe dire ai suoi concittadini cos’ha pensato quando Proto, suo carissimo amico, è stato arrestato per corruzione. Queste domande suoneranno strane a Carrà, abituato a una platea con una sensibilità univoca, più simile a una corte medievale che a una comunità attiva e informata; silenziosa e accondiscendente, anche di fronte alle cose più contorte, senza mai un dubbio da rivolgere al capo.

E tolto tutto questo restano le domande in attesa di risposte; dove lo porterà questo sistema di potere fondato su amici, uomini di fiducia e uomini della corte? Lo porterà all’Assemblea Regionale Siciliana dove ha deciso di candidarsi? O gli consentirà di divenire nuovamente Sindaco, tramandando poi le scettro a qualche altro fedelissimo? Nell’onnipotenza del potere ci sarà spazio per queste domande? Mentre gli ipocriti continueranno a far finta che tutto sia normale, noi continueremo a porci tanti altri interrogativi, rischiando di ricevere altre querele. Perché non ci sarà mai un futuro per questa terra se non si parte dalla denuncia, dall’informazione, dal dubbio. Siamo in guerra ma per molti, purtroppo, è sempre meglio far finta di niente.

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Oltre gli emendamenti al Prg

Durante il consiglio comunale di giorno 26 ottobre 2016 sono stati presentati molti emendamenti alle Direttive al Prg, 31 per l’esattezza, di cui 19 provengono da un lavoro di ascolto e di contributi pratici, con il fondamentale ausilio di alcuni tecnici locali. I lavori di approvazione degli emendamenti, iniziati con la seduta del 7 marzo 2017, si concluderanno giorno 13 marzo.

Per non disperdere il lavoro fatto e per dare un significato più profondo ai semplici e schematici emendamenti, pubblico (a nome di tutti i gruppi politici che vi hanno lavorato, quelli di opposizione) dei piccoli e sintetici contributi tecnici che proveranno a dare un’idea ben precisa del futuro del nostro territorio. Un futuro che, nell’approvare le direttive al Piano Regolatore Generale, non sia solo una mera ricognizione dell’esistente.

Pianificazione attuativa 

La Pianificazione Attuativa è il mezzo con cui gli enti “attuano” le prescrizioni degli strumenti urbanistici generali, ponendosi come elaborazioni di approfondimento e di dettaglio su singole aree. L’origine è riconducibili all’emanazione della legge urbanistica nazionale n° 1150 del 1942 (Piani Particolareggiati) e della legge n.457 del 1978 (Piani di Recupero).

Sebbene l’urbanistica contemporanea, nonchè la normativa di settore, sia concorde nel assegnargli un ruolo cruciale nella gestione delle città e del territorio, la sua applicazione è risultata sporadica e discontinua per diverse ragioni. Appare chiara la difficoltà degli enti comunali a provvedere già alla obbligatoria pianificazione generale, ed ancora di più, a legarla agli strumenti attuativi, la cui realizzazione, infatti, viene differita nel tempo, se non addirittura elusa.

Il Comune di Motta Sant’Anastasia rientra a pieno titolo in questa categoria, rimanendo tuttora privo di essenziali piani attuativi, quali quelli per il Centro Storico, o per le aree produttive. Solo di recente, è stato approvato il Piano Particolareggiato della zona “C”, con un procedimento travagliato nato oltre un trentennio fa (fu già previsto nel P.R.G. 1984).

L’Assessorato Territorio e Ambiante della Regione Siciliana, ben conscio di tale situazione, con la Circolare D.R.U. n. 3 dell’11 luglio 2000, ha infatti provveduto ad inquadrare il problema e ad offrirne una soluzione chiara e semplice, almeno per la pianificazione attuativa del centro storico, ovvero, integrandola all’interno della pianificazione generale, in forma di variante. Al paragrafo 3.6 e 3.7 sono state gettate le basi per definire quelli che oggi vengono conosciuti come “Variante Generale del Centro Storico” quale strumento attuativo di completamento e dettaglio del P.R.G., di cui se ne specificano sia i contenuti che le tavole costituenti. Da allora, molti sono stati i comuni che hanno approfittato di questa opportunità tecnica e normativa, nella fase di revisione dei propri P.R.G..

Questa innovazione porta con se una serie di benefici non trascurabili: totale corrispondenza tra pianificazione generale ed attuativa; strumenti urbanistici totalmente completi ed immediatamente esecutivi; sgravio per l’ente sia in termini economici che burocratici.

Per quanto sopra espresso, il Consiglio Comunale di Motta Sant’Anastasia, dà mandato affinché nella revisione di Piano Regolatore Generale si provveda ad inserire la pianificazione attuativa per il centro storico, così come previsto da Circolare A.R.T.A./D.R.U. n. 3 dell’11 luglio 2000. Tale elemento sarà da ritenersi fondamentale ed imprescindibile per la futura valutazione/approvazione di quanto prodotto dai tecnici incaricati.

Alla stessa maniera si chiede di individuare tutte quelle zone che necessitano di maggior attenzione urbanistica, al fine di predisporne (o revisionare) l’opportuna pianificazione attuativa, previa redazione di piani particolareggiati, di recupero, ecc.. L’articolo 2 della L.R. 71/78, specifica che in fase di revisione del Piano Regolatore Generale dovranno essere dettate prescrizioni esecutive concernenti i fabbisogni residenziali pubblici, privati, turistici, produttivi e dei servizi connessi, tali da costituire a tutti gli effetti Piani Particolareggiati di Attuazione. Questi ultimi, ai sensi dell’articolo 102 della L.R. n. 4/2003, quando non redatti contestualmente, vanno comunque adottati dai Comuni entro il termine di centottanta giorni dalla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del decreto di approvazione dello strumento urbanistico generale. Tale seconda ipotesi potrà essere prevista dai tecnici incaricati solo ed esclusivamente per documentate ed improcrastinabili esigenze tecniche, o qualora vengano meno i benefici dovuti ad una redazione contestuale con la pianificazione generale.

Chiarite le modalità realizzative dei piani attuativi, è necessario dare qualche indicazione sui loro contenuti e sugli elaborati da produrre. La normativa di settore disciplina ampiamente le modalità con cui definire e/o ridefinire le varie zone omogenee ed allo stesso tempo, fino a che grado di dettaglio bisogna spingere il progetto. Per quanto concerne il Centro Storico, le innovazioni introdotte dalla Circolare A.R.T.A. sopramenzionata, impongono una pianificazione attuativa che prenda le mosse dall’Analisi Tipologica, ovvero un strumento di conoscenza che lavora per singoli edifici, rilevandone le caratteristiche edilizie/urbanistiche, e promulgando prescrizioni specifiche, mirate e di dettaglio. Il Consiglio Comunale, sposa a pieno questo indirizzo progettuale in quanto fermamente convinto che una pianificazione attuativa così minuziosa possa agevolare i cittadini nelle scelte da compiere per la realizzazione dei propri interventi edilizi, minimizzandone l’arbitrarietà e le difficoltà burocratiche. Si chiede, inoltre, di voler inserire precise prescrizioni sull’utilizzo dei colori per i diversi elementi edilizi delle facciate (dipinture su intonaco, apparecchiature lapidee, infissi, ecc.). Tali norme dovranno essere riportate in apposito ed autonomo Piano del Colore, oppure integrate negli elaborati previsti dalla Circolare A.R.T.A. per la “Variante Generale del Centro Storico”. Con tale pianificazione cromatica si otterranno benefici in termini estetici sulle cortine edilizie e, quindi, sugli spazi pubblici, in accordo ed in armonia con i criteri del restauro e del recupero del tessuto edilizio.

Una pianificazione attuativa così dettagliata, come quella appena auspicata per il Centro Storico, porterà come inevitabile conseguenza il censimento di centinaia di fabbricati che, sebbene ricadenti nelle zone più antiche, non possiedono alcuna valenza storica, cultura e/o artistica, in quanto edifici di recente realizzazione e di tipo economico. Per tali immobili bisogna prevedere la possibilità di realizzare tutti quegli interventi che possano migliorarne le caratteristiche in termini estetici e di sicurezza, comprendendo anche la demolizione con ricostruzione. Le nuove edificazioni dovranno essere realizzate con i criteri tecnici, estetici e sostenibili dell’architettura contemporanea in armonia con il contesto.

Lo sviluppo Economico

La mobilità contemporanea ha abbattuto i vecchi confini comunali, ed oggi appare chiaro come la pianificazione territoriale lavori per macro-aree, su scala provinciale o addirittura regionale. Aeroporti, ospedali, università, grandi impianti sportivi o culturali, vengono utilizzati da intere aree metropolitane, e pertanto dislocati in una logica più ampia, in cui legami con i Comuni ospitanti possono risultare marginali. Pertanto si ravvisa la necessità di provvedere a dare un chiaro indirizzo progettuale, anche e soprattutto, su scala territoriale.

L’esperienza della vecchia pianificazione, nonché le attuali condizioni del settore commerciale ed industriale, ci portano ad escludere qualsivoglia previsione di nuove mega strutture commerciali o distretti produttivi (fatti salvi i diritti acquisiti da terzi con la pregressa pianificazione). Viceversa, il Consiglio vuole dare mandato ai Tecnici incaricati affinché provvedano all’individuazione di una area su cui far nascere un grande complesso, di attuazione di grandi enti pubblici (nel settore dell’istruzione, della ricerca, dei servizi al cittadino, ecc.) o grandi investitori privati (nel settore della cultura, dello spettacolo, del divertimento, ecc.). L’Ufficio del Piano può riservarsi la possibilità di individuare più aree da adibire allo scopo, ferma restando la possibilità, da parte del Consiglio, di approvarle o rigettarle in fase di presentazione della Bozza del P.R.G., e/o con tutti gli strumenti di democrazia partecipata che si intenderà porre in essere.

Per tale intervento, il pianificatore dovrà dare stringenti prescrizioni in ordine:

  • ai benefici diretti ed indiretti apportati alla comunità mottese;
  • alla totale mancanza di pregiudizio ambientale nei confronti dell’attività residenziale e dei cittadini (attività inquinanti, rumorose, disturbo alla quiete pubblica, incremento del traffico, ecc.);
  • alla piena integrazione con il contesto, secondo i caratteri dell’architettura contemporanea;
  • alla piena sostenibilità, secondo i caratteri dell’architettura contemporanea;
  • alla predilezione per interventi preganti, che possano caratterizzare il territorio in positivo, e che apportino un beneficio di immagine al Comune di Motta Sant’Anastasia;
  • alla qualità architettonica, attestata dalla presentazione di progetti valutati in via preliminare tramite concorsi ad idee (come per tutte le grandi strutture di questo genere);
  • alla totale e certa copertura finanziaria, al fine di evitare la nascita di nuove “incompiute”.

Il territorio e la rete del commercio

Il principio di salvaguardia del territorio ed in particolare l’obiettivo del contenimento del consumo del suolo, pone la necessità di trovare dei sistemi di incentivazione alla realizzazione di interventi edilizi all’interno delle zone omogenee A e B, specie se trattasi di demolizioni e ricostruzioni di edifici fatiscenti con metodi antisismici e di sostenibilità ambientale.

Di contro bisogna scoraggiare l’edificazione a fini residenziali fuori dal perimetro urbano anche se in aree limitrofe quali la zona E2 , sprovviste di adeguate opere di urbanizzazione per le quali bisogna invece incentivare la vocazione agricola magari legata ad attività turistiche che sfruttano percorsi naturalistici quali potrebbe essere il Parco dei Sieli ed eno-gastronomici già presenti sul territorio provinciale e regionale. L’obiettivo resta quello di rivitalizzare il centro urbano con l’insediamento delle attività commerciali

Si prende atto che Il Piano Urbanistico Commerciale è in fase di adeguamento, ma si ritiene che anche in questa fase di revisione del P.R.G. bisogna tener conto delle possibili attività commerciali da insediare nella zona del centro storico dove il problema dei parcheggi può costituire motivo di interdizione per l’attività stessa.

E’ per questo che si propone di inserire nel futuro P.R.G. delle aree di parcheggio in centro storico, anche limitate a pochi posti auto, possibilmente collocate al posto di fabbricati fatiscenti o addirittura di ruderi già presenti che non rappresentano luoghi di interesse storico-architettonico.

Inoltre si ritiene necessario incentivare l’insediamento di tali attività prevedendo nel nuovo Regolamento Edilizio incentivi economici , attraverso la decurtazione degli oneri, per coloro che intendono trasformare vecchi fabbricati in edifici adeguati, anche strutturalmente, da adibire ad attività commerciali e/o a piccole realtà di artigianato tipico.

Pianificazione del “Bene Comune”

Per decenni la pianificazione del territorio è stata concepita da amministratori e tecnici come una perimetrazione del territorio, all’interno del quale vengono individuate aree destinate a beni e servizi, al fine di soddisfare parte dei fabbisogni espressi dalla popolazione. Tale approccio ha fatto si che le aree agricole fossero considerate, come nel nostro caso, aree residuali, non soggette a una vera e propria pianificazione.

Il territorio, risorsa non rinnovabile, è sottoposto a dinamiche di trasformazione complesse e contraddittorie. Occorre pertanto un’azione strategica che restituisca centralità e riconosca adeguato valore alla terra e alla sua multifunzionalità, assicurando funzioni e servizi fondamentali per il benessere della comunità attraverso la salvaguardia dei manufatti esistenti di pregio (masserie, fattorie, bagli etc.).

Nel passato decennio, le profonde trasformazioni economico-sociali e la crescente importanza dei temi ambientali hanno condotto alla riforma delle leggi urbanistiche regionali, ridefinite dunque “Leggi di governo del territorio”. Una cambiamento importante che, grazie al concetto di “governo del territorio”, ha creato il presupposto affinché la disciplina urbanistica ampliasse la propria azione associando alla semplice regolazione degli usi del suolo una visione strategica integrata tra sviluppo socio-economico e pianificazione territoriale. Questa rinnovata visione è volta a consentire l’integrazione di diversi aspetti (scelte localizzative, tutela paesaggistica, difesa del suolo, sviluppo locale, protezione degli ecosistemi, ecc.) anche mediante il coinvolgimento delle comunità locali, secondo la logica di “good governance” (Ostrom et al. 1999).
Nonostante quest’operazione culturale, l’attuale pianificazione continua comunque a orientarsi più verso l’occupazione di suolo che alla gestione organica del territorio, il quale continua a essere concepito come uno spazio suddivisibile in “aree piene” (quelle già urbanizzate) e in “aree vuote” (es. gli spazi aperti e/o agricoli periurbani considerati come “aree disponibili all’edificazione”) (Ferraresi 2009). Infatti, nei piani urbanistici si individua dove localizzare gli interventi volti a soddisfare solo parte dei fabbisogni espressi dalla popolazione (istruzione, salute, residenzialità, ecc.), senza porre adeguata attenzione a quelle necessità che, riconducibili al concetto di “bene comune”, possono essere assicurate solo mediante una buona pianificazione degli spazi aperti fornitori di servizi eco-sistemici (ES).

Il Parco dei Sieli

La destinazione di una parte di territorio ad area protetta è un impegno che ha bisogno di una forte e chiara scelta politica da parte di tutta l’amministrazione comunale e di una serie di strumenti legislativi che diventano il percorso fondamentale dell’iter burocratico attuativo.

Uno strumento legislativo cui far riferimento, e che viene in soccorso, alla realizzazione del progetto, è la Legge 394/91 che all’art. 1 fissa i principi fondamentali per l’istituzione e la gestione delle aree naturali protette, al fine di garantire e di promuovere la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese.

Ai fini della legge costituiscono il patrimonio naturale le formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e biologiche, che hanno rilevante valore naturalistico e ambientale. In quest’ottica i territori rientrano nella salvaguardia di uno speciale regime di tutela e di gestione, allo scopo di perseguire, in particolare, le finalità così definite dalla Legge:

  • conservazione di specie animali o vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici, di equilibri ecologici;
  • applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche attraverso la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali;
  • promozione d’attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica anche, interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili;
  • difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici.

La legge prevede inoltre che le riserve naturali siano costituite da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine, nel nostro caso tipo fluviale, che contengano una o più specie rilevanti della flora e della fauna, cioè presentino ecosistemi importanti per le diversità biologiche o per la conservazione delle risorse genetiche.

Altro strumento importante al quale far riferimento è “La Carta della natura” predisposta dai servizi tecnici nazionali di cui alla legge 18 maggio 1989, n.183, che individua lo stato dell’ambiente naturale in Italia, evidenziando i valori naturali e i profili di vulnerabilità territoriale.

La legge 394/91 prevede inoltre che ai comuni e alle province il cui territorio rientri all’interno dei confini di un parco nazionale o di un parco naturale regionale è, consentita la priorità nella concessione di finanziamenti statali e regionali richiesti per la realizzazione, all’interno del parco stesso, degli impianti e delle opere previste nel piano per il parco di cui, gli articoli 12 e 25 che descrivono una serie d’interventi che sono:

  • restauro dei centri storici e edifici di particolare valore storico e culturale;
  • recupero dei nuclei abitativi rurali;
  • opere igieniche ed idropotabili e di risanamento dell’acqua, dell’aria e del suolo;
  • opere di conservazione e di restauro ambientale del territorio, ivi comprese le attività agricole e forestali;
  • attività culturali nei campi di interesse del parco;
  • agriturismo;
  • attività sportive compatibili;
  • strutture per l’utilizzazione di fonti energetiche a basso impatto ambientale quali il metano e altri gas combustibili nonché interventi volti a favorire l’uso di energie rinnovabili.

Risulta fondamentale, quindi, che la stesura sia coordinata da una pianificazione del territorio che individui e puntualizzi tutta una serie di “condizioni”, che giustifichino l’intervento, e che siano regolate da un vero e proprio Piano di Gestione del Territorio supportato da un Piano delle Regole, che ne programmi le varie possibilità di realizzazione.

Nel caso della riserva dei Sieli, che si vuole creare, quanto sopra descritto, consente di poter fruire di una serie di condizioni che, se opportunamente utilizzate, danno la possibilità di destinare un’area del territorio, oggi abbandonata a un sicuro dissesto geologico, a una riqualificazione ambientale, alla rinascita e alla ricostituzione di quel microclima che nei secoli ha permesso la coltivazione di prodotti del suolo tipici della zona mottese, come il pisello e le fave, che per le caratteristiche geomorfologiche e minerali del territorio hanno avuto in passato rilevanza in campo agro alimentare. Inoltre la conservazione ambientale permetterebbe che diverse specie animali, come le volpi, gatti selvatici, falchi e diversi altri rapaci e uccelli che, possano tornare a essere abitanti privilegiati. Per questa ragione la perimetrazione del territorio destinato a riserva è stata ipotizzata con un’ampia superficie nella quale apporre un previncolo, ove è consentito intervenire solo con opere che siano finalizzate al servizio del nucleo principale della riserva. Nel cuore della riserva soggetta, tra l’altro, a vincolo assoluto di inedificabilità è prevista la realizzazione attraverso le norme definite nel Piano delle regole del piano di Gestione del Territorio:

  • piste ciclabili di mountain- bike.
  • Percorsi di trekking.
  • Invasi per la realizzazione di specchi d’acqua dove poter svolgere attività di pesca sportiva, e attraverso appositi impianti di sollevamento mantenere il corso del torrente Sieli in modo duraturo.
  • percorsi naturali per riding – horse
  • realizzazione di aree attrezzate per pic-nic;
  • padiglioni per lo svolgimento di attività didattiche e scientifiche.
  • aree disposte a macchia sul territorio destinate a rimboschimento, soprattutto nell’area con particolare pericolo di frana, con piante autoctone che abbiano caratteristiche di colture tradizionali.
  • interventi atti alla ricostituzione del microclima, intorno agli specchi d’acqua di formazione piovana.

P.s.
Un sentito ringraziamento ai tecnici che hanno deciso di spendere parte del proprio tempo per offrire un contributo concreto alla pianificazione del nostro territorio: Ing. Carmelo Cesare Schillagi, Arch. Santo Gulisano, Arch. Rosaria Grasso, Geom. Tommasa Zappalà, Arch. Roberto Festa
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La cultura non c’è più 

Nella giunta Carrà la cultura non c’è più. Almeno da quando non c’è più l’ex Assessora Anastasia Di Stefano. L’hanno sostituita con gli eventi, gli addobbi e le piante. Se non fosse per qualche presentazione di libro, promossa da alcuni innamorati della cultura, tra tutti il Professore Pino Pesce, non ci sarebbe stato bisogno neanche di dare la delega all’Assessore di turno. Difatti le spese per lo sviluppo culturale, nel corso dei tre anni, sono vicine allo zero. La cultura è vista come una cosa superflua o, nella peggiore delle ipotesi, come un impiccio. 

Al problema si sommano poi le conseguenze più larghe. Ci sono i crolli del Nek, l’abbattimento della vecchia canonica dell’Immacolata, la totale incuria del centro storico, la piazza divenuta un parcheggio (anche per sindaci e assessori), la biblioteca non potenziata, l’incapacità di investire sui talenti locali. Tutto questo ben rappresenta la concezione politica dell’amministrazione. 

Non basta avere. Avere il castello, avere un tenore di fama internazionale come concittadino, avere una via intitolata al poeta Carmine Caruso. Non basta semplicemente possedere tutto questo (e molto altro) affinché il godimento del nostro patrimonio culturale possa esercitare effetti positivi sulla comunità, specialmente sulle future generazioni. Serve altro. Servono regole, comportamenti, esempi, studi e soluzioni innovative. Ma per chi amministra solo in ottica elettorale basta e avanza la subcultura clientelare, incentivandola con migliaia di euro l’anno. D’altra parte si sa, è cosa vecchia, con la cultura non si mangia.

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Sull’inceneritore chiediamo il referendum 

In queste settimane abbiamo provato a dialogare e confrontarci con il Sindaco, con la sua giunta e i suoi consiglieri, sia privatamente che in momenti istituzionali. Ma nessuna risposta ci è mai pervenuta, nessun segnale, nessun input. Pare che la politica Mottese sia diventato il luogo dove è possibile ogni compromesso ma impossibile ogni mediazione. Dove le soluzioni semplici e di sintesi vengono ostacolate dalla filosofia – de’noantri – dell’impossibilità, mentre per le cose serie (come il progetto dell’inceneritore), che andrebbero spiegate con cura ai cittadini, si sceglie la strada semplicistica del “fare ora e subito”. Realizzarle e basta, anche se quelle cose non fanno parte del programma elettorale che ti ha permesso di divenire Sindaco. E, giuro, non vorrei stare nei panni di un elettore di Carrà. 

Per questo, di fronte ad amministratori che scambiano la prepotenza e l’arroganza con il coraggio, abbiamo pensato che fosse opportuno ridare voce ai cittadini attraverso lo strumento di consultazione popolare per eccellenza, il referendum; convinti che moltissimi elettori di Carrà non abbiano mai votato un sindaco per poi consegnargli la carta bianca dello scempio territoriale. È giusto realizzare un mega inceneritore da 700mila tonnellate di rifiuti l’anno? Cosa ne pensano le mamme? Cosa ne pensano i ragazzi? Cosa ne pensano gli anziani? Cosa ne pensano gli imprenditori e gli agricoltori? 

A tal proposito mi auguro due cose; non solo che la mozione venga votata all’unanimità ma che siano gli stessi consiglieri di maggioranza ad applaudire una proposta di partecipazione così importante. Chiedere di partecipare significa avere l’intelligenza di capire che la risposta di tanti vale più della risposta di pochi adepti. Significa ritornare alla concezione collettiva della politica che coinvolge i cittadini non solo nei momenti elettorali ma anche nei passaggi fondamentali della vita di una comunità.

Giorno 31 gennaio, ore 19:00, non prendete impegni, ci vediamo in aula consiliare.

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Grazie Sindaco

Chi segue il mio blog sa benissimo quanto sia critico nei confronti del sindaco Carrà. Stavolta però mi sento di ringraziarlo perché gli va riconosciuto un grande merito; l’essere riuscito a unire tante storie e tanti destini apparentemente diversi. Ci ha permesso di consolidare vecchie amicizie e farne sbocciare di nuove. Ci ha fatto riscoprire il senso più profondo di comunità; quella che si mobilita quando il proprio territorio viene minacciato. Sono questi i casi in cui per contrastare la politica del pericolo e del terrore viene fuori l’immensa rete civica dell’umanità e della solidarietà. Per questa cosa, caro sindaco, non smetterò di ringraziarla.

Lei continui pure con il suo folle progetto – anche se risulta incomprensibile la sua ostinazione nel portare aventi un inceneritore non voluto dall’intera comunità Simetina -; noi siamo già organizzati per vincere questa battaglia di civiltà. Ci vediamo domani alle 17:00.

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No, non lasceremo incenerire il nostro futuro

Proprio ora. Proprio ora che la cittadinanza stava riscattando la propria condizione di sofferenza nei confronti di un ecomostro imposto dall’alto, proprio ora che l’esasperazione stava raggiungendo l’apice e stava sfociando in ribellione, proprio ora che pensavamo di liberarci dalla discarica, rischiamo di ritrovarci con una catena al collo e con una condanna definitiva per le prossime generazioni. Un inceneritore di rifiuti a due passi dal centro abitato, vicino ai nostri terreni coltivati e ai nostri agrumeti.

Sono soprattutto i dettagli a rendere più oscura la vicenda. Un progetto di 580 milioni di euro in una zona agricola di 66 ettari. Una società svizzera, la Nexxus Energy Ag. Una ditta, a quanto pare, dai contorni indefiniti. Basta fare una semplice ricerca su internet per scoprire l’oggetto sociale della Nexxus (guarda qui): “Commercio di animali domestici, accessori per animali domestici e mangimi”. Certo, ci vuole un bel coraggio a passare dal business dei mangimi a quello della spazzatura. La Nexxus ha poi un consiglio d’amministrazione con un unico membro, lo stesso Richard Martin citato nella delibera di giunta. Tutto diventa più misterioso se proviamo a cercare l’indirizzo della società su google maps: c/o Dr. Rudolf Mosimann, Baarerstrasse 78, 6300 Zug. Un ufficio che sembra abbandonato e che comunque non pare rappresentare un colosso imprenditoriale in grado di realizzare un impianto da 580milioni di Euro.

Il 7 dicembre la società Nexxus protocolla il progetto di un “Centro Tecnologico Innovativo”, un termovalorizzatore ricadente in oltre 66 ettari di terreni, situati nei pressi della Stazione Motta. Il Sindaco, in soli 7 giorni lavorativi, decide di fare proprio il progetto e lo fa approvare in giunta, rimandando la scelta finale al consiglio comunale che è chiamato a esprimersi per la variante al PRG, convertendo terreni agricoli in terreni industriali. In questo nuovo impianto verranno conferite circa 700mila tonnellate di rifiuti ogni anno (nell’attuale discarica di Valanghe d’Inverno ne vengono conferite circa 350mila), di cui 400mila destinate alla combustione. L’iter per l’approvazione dell’inceneritore è già iniziato e giorno 28 dicembre è stata convocata la IV Commissione Consiliare che, dopo aver espresso parere, trasmetterà tutto al Consiglio Comunale.

In tutto questo pesa anche il possibile ruolo di Proto e della Oikos che, com’è noto, trovano in Carrà un amico fedele. Possibile che il sindaco si sia premurato, in fretta e furia, di divenire il proponente di un progetto che, apparentemente, andrebbe in contrasto con la discarica di Valanghe d’Inverno? Anche qui un piccolo suggerimento ci viene dalla rete e, in particolare, da Facebook. Il mio amico Santo Gulisano, nei giorni passati, ha creato un sondaggio pubblico nel gruppo del comitato contro la discarica per capire se la cittadinanza sia favorevole o contraria alla delibera di Giunta n. 83 del 19 dicembre. Tra i voti favorevoli alla realizzazione dell’inceneritore spicca quello di Giuseppe Arcidiacono, nipote del Sindaco e segretario particolare di Domenico Proto. Per quale motivo il segretario di Proto, titolare della Oikos S.p.A., dovrebbe essere a favore di un progetto che, sulla carta, andrebbe a ledere gli interessi economici della società per cui lo stesso lavora?

In attesa di saperne di più, aspettando le prossime mosse dell’Amministrazione comunale, non siamo rimasti con le mani in mano:

I comitati No Discarica di Motta Sant’Anastasia e Misterbianco, Zero Waste Sicilia e il Presidio del Patto Fiume Simeto, il gruppo Scout 1 di Motta uniti contro la Delibera di Giunta n° 83 del 19/12/2016 del Comune di Motta Sant’Anastasia

Sono passati solo alcuni anni, sono cambiati i protagonisti ma, nella sostanza, non è cambiato nulla: torna sulle nostre teste la minaccia degli inceneritori. Siamo, infatti, nuovamente spettatori di una tragedia per la nostra terra che vede un’amministrazione comunale poco accorta, per nulla informata sui pericoli reali legati alla stretta convivenza con un “termovalorizzatore” e, vogliamo credere, raggirata da una grossa azienda che propone la costruzione di un “polo tecnologico” che conterrebbe, tra le altre meraviglie, un inceneritore, meglio un “cancrovalorizzatore”, da 700 mila tonnellate annue a (finte) emissioni “zero”.

Sono cambiati solo i Comuni e le ditte appaltatrici. Infatti, il 19/12/2016 la Giunta comunale di Motta nella delibera n. 83, all’unanimità e con immediata eseguibilità, approva la proposta presentata dal Sindaco Carrà a seguito dello studio di fattibilità presentato, a sua volta, dall’elvetica Nexxus Energy AG per la costruzione di un “Centro Tecnologico Innovativo”, nei pressi della stazione ferroviaria di Motta Sant’Anastasia e dello svincolo autostradale della PA-CT. La zona interessata alla costruzione di questo centro composto da 13 piattaforme per il trattamento dei rifiuti, un centro di ricerche scientifiche, un museo, un punto di ristoro e un parco con annesso laghetto, ricade al limite tra i territori di Motta S. Anastasia e Belpasso e a ridosso del fiume Simeto in piena area agricola.

Noi cittadini, non ci aspettiamo che l’amministrazione comunale di Motta capisca che la definizione di “impianto ad emissioni zero” è una falsità scientifica e tecnologica senza precedenti, perchè sappiamo bene che, a meno che non vengano inserite in una centrale a fissione nucleare (non ancora esistente), le 700 mila tonnellate annue non possono essere trasformate in energia pura e sparire nel nulla, quindi si possono solo trasformare in ceneri (25% circa) da smaltire in discarica come costoso rifiuto speciale e in gas letali (75% circa) disperse in atmosfera come furani, diossine, e particolato di varie dimensioni. E visto che sorgerà in mezzo ad aranceti, vanno distinte le emissioni in microinquinanti (diossine, polveri ecc.) e macroinquinanti (SOx e NOx). Le SOx, lo ricordiamo, sono responsabili delle piogge acide (reagendo con l’umidità dell’aria) perché producono acido solforico e solforoso, bucando il fogliame degli alberi.

Non ci aspettiamo nemmeno che tale amministrazione creda al recentissimo rapporto dell’OMS, pubblicato sulle maggiori testate nazionali, che afferma che ogni anno in Europa muoiano per malattie legate alla scarsa qualità dell’ambiente, 467 mila esseri umani e che spinge ancora di più, le Nazioni europee ad accelerare sul piano dell’effettivo riciclo e riduzione dei rifiuti.

Non ci aspettiamo che i suoi componenti conoscano il cosiddetto “Pacchetto sull’economia circolare”, emanato dalla Commissione Europea il 3/12/2015, il quale propone il divieto entro dieci anni dell’incenerimento di rifiuti compostabili e riciclabili.

Non ci aspettiamo nemmeno che i consiglieri di maggioranza credano ai rapporti annuali dell’Ispra e alle “favole” raccontate da Zero Waste Sicilia sul ciclo virtuoso dei rifiuti, su come sia possibile ridurre per la quasi totalità, la quantità di rifiuti veri e propri e riutilizzarli come “materie prime seconde”.

Non ci aspettiamo nemmeno che capiscano che l’idea di bruciare un rifiuto è opposta all’idea di “recuperare materia” proprio perchè la combustione interrompe il ciclo virtuoso delle materie prime e non restituisce all’ambiente nient’altro che sostanze altamente inquinanti volatili e non.

Infine, non ci aspettiamo che capiscano che la costruzione di museo, centro di ricerca scientifico e parco con laghetto all’interno di un ecomostro che svetterà con le sue ciminiere e le sue strutture di cemento tra gli aranceti, condannati a morte sicura dopo aver prodotto per anni frutti stracolmi di diossina e metalli pesanti, rappresentino il classico specchietto per le allodole.

Quello che ci aspettiamo è che l’amministrazione ricordi di aver sottoscritto una convenzione, il 19 maggio del 2015, sancendo presso il rettorato dell’Università di Catania la nascita del Patto del fiume Simeto, che ha tra le sue “finalità non negoziabili” la tutela dell’ambiente secondo la filosofia rifiuti zero.

Quello che ci aspettiamo è che quando il consiglio comunale tratterà all’odg la variante del PRG che trasformi da agricoli ad industriali quei terreni, i consiglieri (di maggioranza e di opposizione) respingano, senza se e senza ma, la delibera n°83 e che si rendano conto della grande responsabilità della loro scelta che si ripercuoterà, non solo su loro stessi e sulla popolazione di Motta, già profondamente martoriata dalle venefiche emissioni delle arcinote discariche, ma anche sulla salute dei Comuni che fanno parte dell’intera valle del Simeto determinando, inoltre, la compromissione di tutto il comparto agricolo.

I comitati No Discarica di Motta e Misterbianco, Zero Waste Sicilia , il Presidio del Patto Fiume Simeto e il gruppo Scout 1 di Motta si impegneranno congiuntamente con tutte le loro forze, a far capire all’intera vallata, comunità per comunità, tutto quello che gli amministratori distratti dagli specchietti e dalle promesse scritte sulla sabbia, non vogliono capire e, come già fatto negli anni passati, troveranno il modo di bloccare la costruzione di inceneritori e strutture simili che servono solo ad arricchire pochi speculatori senza scrupoli, a scapito di molti cittadini poco o per nulla informati.

Aggiungo che i motivi per cui ogni cittadino mottese dovrebbe mobilitarsi contro questa minaccia non sono da ricercare solo nella qualità del progetto. I motivi, per noi Mottesi, sono da ricercare anche nella visione futura che abbiamo del nostro paese; Motta tra vent’anni sarà un paese vissuto dai nostri figli e dai nostri nipoti. Un paese che rischia di divenire la capitale del rifiuto; prima con la discarica e poi con l’inceneritore. Un paese inquinato dagli impianti e inquinato dal malaffare che, con mille tentacoli, gestirà la loro quotidianità. È questo il paese che vogliamo lasciare in eredità? I consiglieri comunali, in primis, hanno il dovere di guardare alle scelte di oggi con lo sguardo di chi quelle scelte le valuterà, con rigore, perché la nostra unica responsabilità è verso chi verrà. Solo proiettandoci nel futuro capiremo se le nostre azioni hanno un significato per l’avvenire. Qualcuno ci giudicherà, Sindaco Carrà, e stavolta non mi riferisco alla magistratura. Mi riferisco ai tuoi nipoti e ai loro figli.

Non possiamo permettere che il nostro territorio venga venduto, per la seconda volta, a imprenditori poco trasparenti, in una transazione che il Sindaco sta conducendo con una concezione politica molto pericolosa. L’idea che non bisogna preoccuparsi del domani (perché basta e avanza l’oggi) fa parte di quella banalità contagiosa che poi, come diceva Hannah Arendt, genera il male. E il male va studiato, compreso e combattuto; non va sottovalutato e nemmeno sminuito.

Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale“.
H.A

 

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